.
Annunci online

borghino
paborghi@iol.it - livorno - rassegna di interventi e appunti


Diario


7 dicembre 2009

NUOVO BLOG

MI SONO SPOSTATO SU ALTRA PIATTAFORMA..GLI ULTIMI CONTENUTI SONO GIA' MIGRATI. 

http://borghinolivorno.wordpress.com/




permalink | inviato da borghino il 7/12/2009 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


29 novembre 2009

LAVORO&LAVORI/L’OCCUPAZIONE CHE VERRA’

 

L’OCCUPAZIONE CHE VERRA’

Inutile cercare nella sfera di cristallo o attendere l’esito delle diverse e contrastanti profezie. L’occupazione che verrà si sta già concretizzando via via che avanza la crisi. E’ vero, la rotta della stessa crisi è incerta e insicura (potrebbe andare meglio, potrebbe andare peggio; potrebbe andare verso un approdo o un altro approdo)...ma intanto il flusso di avviamenti al lavoro (in calo e qualitativamente diversi da quelli di prima della crisi) e le dinamiche sociali ed economiche degli indidui, delle famiglie, delle imprese, disegnano una situazione nuova.

Ben difficile pensare che tutto ritorni al suo posto, e anche le valutazione della ripresina (cioè per un piccolo accenno di miglioramento dopo un tonfo che è durato piu’ di un anno e che siamo ancora lontani dal poter colmare) ci consegna processi di formazione della base occupazionale molto diversi (basti leggere le ultime previsioni di Confindustria).

Meno grande-media industria; enormi difficoltà nel lavoro autonomo; una quantità di ammortizzatori sociali (questi oramai sempre piu’ in deroga in ragione dello sfondamento dei tetti di durata ordinari e in deroga rispetto ai target ordinari) crescente, caratterizzati da aree di lavoratori il cui rientro in produzione non è piu’ assolutamente scontato; i sussidi di disoccupazione (della durata tra i 9 e i 12 mesi...quindi conclusi per chi si è ritrovato disoccupato all’inizio della crisi) da novembre 2008 crescenti; una crisi del terziario grave, e incapace di garantire l’assorbimento delle eccedenze delle manifatture e delle crescenti eccedenze del terziario piu’ tradizionale e arretrato; uno tasso di disoccupazione crescente a cui si affianca un minore tasso di diminuzione degli occupati (evidentemente molti inattivi si muovono alla ricerca attiva del lavoro.....ma occorre anche dire che chi non fa ricerca attiva del lavoro, caso attuale del Sud dove evidentemente la speranza oramai di lavorare e’ spesso riposta in soffitta!, non rientra nei numeri dei disoccupati).

Spulciare quindi tra le informazioni e le previsioni che ci indicano il futuro occupazionale, pur con tutte le incertezze e le approssimazioni che sono scontate per chi si assume la responsabilità di dirci che fine faremo, è sicuramente cosa non solo utile ma assolutamente necessaria, non per altro per pilotare un po’ meglio, nell’attuale tempesta, le politiche passive e le politiche attive del lavoro, e per non confondere la concorrenza dell’offerta di lavoro con piu’ consistenti riprese di sviluppo e occupazionali.

Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, con la sintesi del Rapporto sul mercato del Lavoro 2008-2009 , e con il documento che ne è la premessa (il voluminoso originale, completo di tutto è rintracciabile su http://www.portalecnel.it/Portale/documenti.nsf/vwAreaTematica?Openview&RestrictToCategory=Mercato del Lavoro&Start=1&Count=10000&AreaTematica=Mercato del Lavoro&AreaTematicaPadre=POLITICHE DEL LAVORO , ci fornisce attente valutazioni su quello che sta accadendo e quello che potrà accadere (e’ relativamente facile, viste le prospettive “nazionali” ed “europee” delineate riportare anche nel nostro contesto locale gli scenari proposti).

Dunque l’occupazione che verrà si definisce, allo stato, come relativamente di volume inferiore, piu’ precaria, e, quella a tempo indeterminato (calante) piu’ a part-time, piu’ complessivamente dequalificata, e “tirata” dall’occupazione degli stranieri (in caduta della sanatoria e dell’allargamento della Unione Europea) e in particolare tirata dalle attività di cura e assistenza (badanti e simili,....e qui si contano solo le legali!).

Se questi sono i fenomeni occupazionali del nuovo secolo per l’Italia che persisteranno, c’è proprio da preoccuparsi, prima di tutto per la coesione sociale del nostro paese, ma anche per i tanti diplomati e laureati (in forte crescita anche se siamo ancora indietro rispetto all’Europa piu’ avanzata) e per la induzione di forti e consistenti processi migratori che questa situazione propone (allo stato c’è già un forte processo dal Sud verso il Nord di Laureati e Diplomati, ma le correnti migratorie dall’esterno, in ragione di disponibilità di posti e ruoli, ma anche condizioni di lavoro, che gli italiani non gradiscono, non sembrano esaurirsi....anche se è evidente la torsione infra-comunitaria delle stesse).

Per il Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro, il picco di disoccupazione non è ad ogni modo alle spalle, bensi’ di concretizzerà nel 2010 (su questo la situazione ambigua dei cassaintegrati, occupati statisticamente, pesa enormemente visto il loro numero molto elevato e in crescita).

Ma non bisogna lasciar fare al mercato del lavoro, anzi occorre por mano alle correzioni delle dinamiche in atto, e da cui il nostro paese uscirà ancora piu’ povero e con maggiori criticità sociali (siamo indietro di un buon 20% di PIL rispetto all’Europa forte, e il divario Nord-Sud è assolutamente esplosivo).

Occorre riprendere una fortissima attenzione al rapporto tra economia e base occupazionale anche utilizzando le previsioni che contraddicono platealmente l’ottimismo di chi centinella i decimali di PIL confondendo il valore aggiunto con la produttività e la redditività da cui scaturisce la buona o cattiva base occupazionale, e confondendo la ricchezza di oggi con quella di prima della crisi.

Certo la sbornia della economia finanziarizzata e il riflesso delle considerazioni tradizionali sulle economie nazionali e locali (che la globalizzazione ha riposizionato e relativizzato in forme nuovissime e estremamente fluide ) non ci aiutano.

Ma questa è la sfida che ha davanti chi intende difendere, senza velleitarismi, il modello sociale europeo e i diritti (e il benessere) che ne sono il presupposto. E la politica non puo’ limitarsi ad applaudire e a fischiare. Deve sicuramente rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani per cercare di porre rimedio al nostro destino.

PB  (paolo borghi livorno)

http://borghino.ilcannocchiale.it/

gli allegati in http://ilgazebo.wordpress.com/ rubrica  lavori e lavoratori


18 novembre 2009

LAVORO&LAVORI/RIORGANIZZARE I CENTRI PER L’IMPIEGO?

RIORGANIZZARE I CENTRI PER L’IMPIEGO?

di paolo borghi

Se cambia il mercato dei lavori e cambiano gli utenti dei Centri per l’Impiego (sotto la sferza della crisi occupazionale ed economica e delle nuove regole che incalzano sul riconoscimento degli ammortizzatori e dei sussidi sociali), continuare ad organizzare le attività di queste strutture sulla falsariga dei primi dieci anni della riforma che transito’ questi uffici dal Ministero del Lavoro alle Province, puo’ condannare queste stesse strutture ad un ruolo sociale ancora piu’ marginale (contenitori di bisogni irrisolti e irrisolvibili; scarso impatto sul mercato del lavoro; ecc.).

Oggi fare i conti con la occupazione, la disoccupazione e l’ esclusione sociale, vecchie o nuove che siano, rende necessario mettere in campo nuove azioni e nuove strategie. non per altro perchè da una fase di espansione della forza lavoro stiamo entrando, e molto probabilmente per un po’ rimarremo, in una fase di regressione dei posti di lavoro disponibili (chi dice un milione in meno, chi dice di piu’) e di deterioramento ulteriore della loro qualità (si stanno amplificando le già note difficoltà dei diplomati e dei laureati a trovare lavori adeguati ai loro studi in ragione della terziarizzazione dequalificata che avanza).

Non è solo ovviamente un problema di risorse per i centri per l’impiego, drammaticamente insufficienti proprio in questi anni di riforma per il vizio nazionale di privilegiare le politiche passive di sussidio e pensionamento anticipato, e di coprire con i fondi europei la mancanza di risorse nazionali e regionali per la formazione professionale.

Se si è finalmente iniziato concretamente a individuare nella popolazione-utenti dei Centri per l’Impiego una criticità centrale nella lotta contro l’esclusione sociale e nel controllo nella erogazione dei diversi sussidi, in effetti fino ad ora si sono finanziate fin troppe tipologie di politiche attive piu’ improntate a obbiettivi formativi e pseudo scolastici estranei che al complicato contesto dell’occupabilità sul mercato dei lavori, della concorrenza dell’offerta sulla domanda, delle capacità di scelta della domanda verso l’offerta (le chiavi di volta nella lotta contro l’esclusione sociale nella dimensione della relazione tra domanda e offerta di lavoro!).

Il punto , in un contesto di utenti crescenti e di posti di lavoro sempre piu’ “rarefatti”, è quello di individuare strategie di occupabilità capaci di misurarsi e contare su un mercato caratterizzato da crescenti asimmetrie tra domanda e offerta di lavoro determinate dall’eccesso di offerta (ma anche della domanda ad intercettare offerta per profili di alta professionalità o per profili relativi a attività poco gradite); dall’obsolescenza della forza lavoro; dalla torsione verso l’alto dei titoli richiesti dalla domanda anche per profili dequalificati; dalla distruzione di posti “industriali” rispetto alla terziarizzazione che sta intensificandosi; dalle polarizzazioni salariali in atto; dall’aumento dei posti dequalificati,precari e poco pagati; dalla presenza crescente di stranieri portatori di standard lavorativi molto diversi dai nostri. Tutti temi ampiamente estranei alla cultura delle politiche attive degli ultimi venti anni, il cui leift motiv è invece riconducibile alla sola “adattabilità” e alla “flessibilità”.

Con strumenti materiali e immateriali, occorre che i Centri per l’Impiego, in quanto strutture di “amministrazione” della disoccupazione e di ultima istanza per tutti i richiedenti lavoro, reimparino ad agire adeguatamente sul mercato del lavoro per orientarne i comportamenti innanzitutto per un migliore funzionamento e una piu’ sostenuta funzione di inclusione sociale. La saturazione della domanda è sicuramente un obbiettivo da perseguire, come il non fare ritrovare colli di bottiglia sul lato dell’offerta di lavoro alle attività in espansione e in riqualificazione, ma sicuramente un altro comportamento virtuoso da perseguire è quello determinato dalla capacità dello stesso mercato di farsi carico anche dell’inclusione-integrazione delle quote di offerta di lavoro piu’ deboli, magari utilizzando compensazioni differenziali che le istituzioni possono mettere a disposizione in maniera temporanea o di medio periodo).

Ma per migliorare lo stesso mercato occorre essere anche capaci di attivare e pretendere comportamenti coerenti dei diversi utenti dei Centri per l’Impiego, anche per allentare la morsa della scarsità di popolazione attiva e disponibile al lavoro rispetto agli standard europei e agli schemi piu’ moderni di redistribuzione del reddito anche tra i generi.

Questo vuol dire innanzitutto pretendere maggiore efficienza ed efficacia della spesa delle istituzioni e agenzie di politica attiva del lavoro, degli enti bilaterali, dei fondi interprofessionali, riclassificando le politiche attive rispetto a quelle passive, per poi canalizzare sulle stesse politiche attive maggiori risorse (siamo tra i paesi cenerentola dell’Europa in questo campo). Nel conto occorre anche mettere la necessità di modificare comportamenti e atteggiamenti degli sportelli erogatori delle azioni di occupabilità e degli interventi di sussidio e aiuto sociale (nell’arco del mediterraneo molto pronti ad atteggiamenti di carità o complicità con gli utenti, ma poco propensi a modelli “ direttivi” e di condizionamento comportamentale “prescrittivo” come troviamo nel nord d’ Europa piu’ vicino all’etica della “riforma”).

Non sono strategie semplici, e non è semplice muovere una strumentazione molto articolata (informazione; intermediazione tra domanda e offerta; orientamento; consulenza alle imprese e ai lavoratori e ai disoccupati; progetti di sostegno e accompagnamento occupazionale; progetti di qualificazione e riconversione professionale; Progetti di sostegno alla mobilità sociale, alle pari opportunità, alla mobilità territoriale) per giunta per obbiettivi diversi e in parte concorrenti (operare per l’occupabilità delle quote forti o di quelle piu’ deboli?; tutelare il diritto al lavoro di chi? come governare i differenziali da riconoscere/attribuire ai diversi tipi di utenti-interventi?). Dovendo cioè compiere scelte anche coraggiose (chi si deve e chi puo’ essere avvantaggiato sul mercato concentrando a questo scopo su questo obbiettivo le (scarse) risorse pubbliche e normative.)

Il contesto nazionale e anche locale affetto da forti dualismi sui mercati del lavoro non ci aiuta (nord – sud; garantiti – non garantiti; adulti – giovani/donne; donne – uomini, un Welfare assicurativo cronicamente capace di rispondere ai soli lavoratori piu’ garantiti). Come non ci aiutano una tradizione “assistenzialistica” delle politiche attive “tirata” dalla scarsa mobilità sociale (dalla necessità di non attivare mobilità sociale) e dalla forte meridionalizzazione della disoccupazione, ma anche da una costumanza italiota per cui il lavoro si trova per amicizia o per clientela e raccomandazione e non per merito.

Ma non ci aiuta nemmeno un comportamento “buonista” dei Centri Impiego che si sono fino ad oggi messi a disposizione senza pretendere troppo dai loro utenti, per giunta selezionandoli quasi solo tra i volontari al trattamento di riattivazione e solo sfiorando ora i trattamenti obbligatori e coercitivi pena il decadimento di sussidi e ammortizzatori sociali.

Tutto questo ha determinato un numero incontrollato di iscritti allo stato di disoccupazione patologicamente già superiore a tutti quelli che ricercano per istat attivamente lavoro o sono precari, per altro determinato dalla dipendenza di circuiti assistenziali o di vantaggio sociale alla stessa iscrizione ai centri per l’impiego (riduzioni ticket sanitari; punteggi per riduzione tasse e tariffe scolastiche e delle scuole dell’infanzia e dei nidi; riconoscimenti per l’ingresso in prestazioni sociali come la casa, l’invalidità, la assistenza sociale).

Una nuova riforma? No, le leggi ci sono e bastano, le competenze sono chiare (se ovviamente non intendiamo intaccare il modello decentrato dei Centri Impiego incentrato sulle competenze delle Province e le capacità organizzatorie e di pianificazione delle risorse delle Regioni, e sulla specificità dei compiti ispettivi, autorizzatori, e di controllo delle direzioni provinciali e regionali del ministero del lavoro). La riforma che serve nelle politiche attive del lavoro è semmai quella degli ammortizzatori sociali , e’ quella degli aiuti alle assunzioni, ed è quella della rimodulazione degli oneri previdenziali e fiscali che pesano sul lavoro in generale nelle diverse macro-aree del paese.

Certo mancano ancora risorse, ma è preferibile imparare meglio a spendere quelle che ci sono per poi pretendere quelle necessarie, prima di rischiare di aprire un altro vaso di pandora a favore magari degli operatori e dei “gufi” della disoccupazione.

Un nuovo tipo di organizzazione invece è sicuramente necessaria, come sono necessari dei nuovi comportamenti dei collocatori che ne sono il presupposto (i Masperplain regionali vanno rivisti e da dei begli elenchi e attese occorre passare a soluzioni organizzative di trattamento dei sempre piu’ numerosi ricercanti lavoro e dei sussidiati dall’inps, in grado di declinare priorità e differenze ed economicità).

Inutile ricordare che una discussione tra addetti ai lavori non ci porta da molti parti e che i cittadini e le istituzioni devono esprimersi e assumere le loro responsabilità e bisogni.

paolo borghi livorno – 18-11-2009 .x http://borghino.ilcannocchiale.it/


15 novembre 2009

AREA VASTA (Pisa-Livorno) - CONTRO LA CRISI: QUALE INNOVAZIONE?

 

CONTRO LA CRISI: QUALE INNOVAZIONE?

Quando ci troviamo a discutere della situazione economica e occupazionale dell’Area Livornese (comuni di Livorno e Collesalvetti) non possiamo che approfittarne per passare in rassegna le criticità e le opportunità di questo territorio, e confrontare le stesse con l’opinione piu’ comune o con quello che di questi temi si rappresenta nel dibattito politico e sociale o sulle cronache/trasmissioni locali.

In questo caso partiamo da “LA CONGIUNTURA ECONOMICA LIVORNESE 2008 INNOVAZIONE COME LEVA STRATEGICA PER IL FUTURO, Comune di Livorno Irpet Toscana, 2009” e (con lo stesso titolo) la relazione con cui Stefano Casini Benvenuti, Direttore dell’Irpet ha presentato lo stesso rapporto il 12 novembre a livorno, davanti ad un folto pubblico di amministratori Livornesi e di Collesalvetti, rappresentanti dei sindacati e degli imprenditori, manager e funzionari, rappresentanti dell’università.

E’ una iniziativa che oramai si ripete tutti gli anni e rappresenta un appuntamento fisso della ripresa politica e istituzionale dopo l’estate, appena sono i disponibili e elaborati i dati dell’anno precedente, con l’utile ingrediente di realizzare previsioni e illustrare tendenze, e di fornire, per quanto possibile, anche alcune interessanti prognosi dopo essersi addentrati in diagnosi non certo facili e difficilmente scontate (ma per questo rinviamo agli allegati, preferendo proporre un commento utile ai lettori meno esperti).

Certo questi sono dati per il 2008, che già sembra lontano tenendo di conto di cosa sta accadendo con la crisi da globalizzazione che stiamo attraversando. E certo il 2008 è stato un anno strabico: i primi sei ,mesi a gonfie vele (PIL in aumento e occupazione in aumento, addirittura nella nostra città con tendenze sopra la media regionale in grado di ridurre il gap negativo presente), e i secondi sei mesi in una completa discesa fatta di difficoltà economiche crescenti e di difficoltà occupazionali generalizzate (di questo si trova già abbondante traccia in dati amministrativi sempre del 2008 cosi’ come confermati nel 2009).

Il rapporto, sostenuto da elaborazioni macro-economiche, registra tra luci e ombre, una empasse dell’economia e della occupazione livornese piu’ preoccupante per il futuro che per il presente (il calo occupazionale sarebbe sostanzialmente da attribuire ai prossimi due anni!).

Già questi sono elementi da approfondire e non ci addentriamo nei delicatissimi problemi metodologici che possono determinarsi rispetto all’uso comparativo e congiunto di ricerche e studi diversi, specialmente in una fase di violenta accelerazione di dinamiche e criticità come quella che viviamo che fanno ballare campioni e tendenze di ogni tipo.

Per IRPET l’area livornese (in ragione anche delle tendenze asincrone con il territorio regionale) potrebbe uscire dalla crisi tra 5 anni (dopo ben 2 anni di depressione comune per altro al resto della Toscana e dell’Italia) mettendo nel conto una ancora piu’ forte deindustrializzazione e un incremento ulteriore del settore terziario (che già copre il’60% della occupazione a cui va aggiunto un ulteriore 20% costituito dalla occupazione pubblica in senso stretto).

In questo quadro i settori che tireranno la ricchezza saranno sempre quelli che producono o lavorano per l’export o per le aree esterne al contesto territoriale (porto e relativi servizi, componentistica residua, energia tradizionale e innovativa, chimica e raffinazione, tutte con segni di difficoltà), in una prospettiva di calo dei consumi (questo deprimerà ulteriormente tutte le realtà economiche caratterizzate dall’interscambio diretto con i consumatori) e di contrazione degli investimenti (e infatti l’occupazione che tiene deriva proprio dall’intensificazione dell’uso della forza lavoro al posto del capitale, in una dimensione di decrescita della produttività preoccupante e foriera di ulteriori difficoltà future per la nostra area, e in una dimensione di crescita di servizi alle persone non di qualità innovativa tirati dall’invecchiamento costante della stessa popolazione).

Allo stato invece le difficoltà del consumo sono attenuate dalla crescita e dal peso delle pensioni (circa ¼ attuale del PIL locale!), e da una certa tenuta dei redditi (derivante anche dall’uso molto intenso dei sussidi di disoccupazione e degli ammortizzatori sociali...i primi a scadenza tra l’8^ mese e il 12^ mese dall’inizio..i secondi non sempre anticamera di ripresa produttiva e di riconversione occupazionale).

Il terziario che rimane e che sarà (e qui iniziano i veri problemi che distinguono questa crisi da altre già affrontate nel nostro territorio) ben difficilmente sarà in grado di assorbire l’emorragia occupazionale del settore secondario, e assolutamente non sarà in grado di allargare e qualificare la propria base occupazionale (per il 20-30% costituita da lavoratori autonomi, partite Iva e professionisti e assolutamente caratterizzata, ad esclusione dei servizi tecnici e delle attività professionali, da manodopera dequalificata).

Questo stesso terziario non sarà nemmeno in grado di essere competitivo adeguatamente in ragione della sua (attuale e prevedibile) prevalente composizione (professionisti, commercianti, servizi tecnici e amministrativi a scarsa innovazione se non obsoleti).

Certo ci sono eccezioni, ma le statistiche e le previsioni a 360 gradi (una torta difficile da mettere nel conto quando si formulano opinioni e si utilizzano le conoscenze settoriali disponibili) non sembrano offrire scampo al lento declino dell’area livornese e in particolare del suo capoluogo, per altro senza possibilità di compensazione nelle tradizionali aree della valle dell’arno (e del comune di fauglia in ragione della grande fabbrica di componentistica li insediata), in cui si è tradizionalmente occupata una certa quota di forza lavoro livornese in ragione del basso tasso di occupazione e dell’alto tasso di disoccupazione che caratterizzano l’intera area livornese.

Se il destino sembra segnato, occorre ben pensare che conoscerlo (come previsione) in anticipo , puo’ permettere di correre ai ripari. a chiave di volta è prendere di petto le trasformazioni necessarie (consolidamento competitivo della componentistica; adeguamento del porto alle nuove necessità, trasformazione del terziario, razionalizzazione e consolidamento di infrastrutture, reti territoriali, filiere e loro maggiore integrazione con i sistemi regionali e europei a partire dalle reti ferroviarie).

Come ha ricordato il Sindaco Cosimi (con un intervento per nulla scontato), per reagire al declino occorre innovazione produttiva, politica, nei diversi sistemi, e negli stessi modi di pensare e vivere la transizione che stiamo attraversando. Non è una cosa indolore (il rappresentante del Comune di Collesalvetti ha parlato di un percorso di lacrime e sangue), e si deve mettere nel conto anche un nuovo equilibrio, assolutamente non scontato, tra la politica e il consenso dei cittadini.

PB



gli allegati (rapporto e relazione) in http://ilgazebo.wordpress.com/2009/11/15/contro-la-crisi-quale-innovazione/#more-8206


12 novembre 2009

LAVORO E LAVORI/LA RICERCA FORZA LAVORO PER L’AREA LIVORNESE

 

LA RICERCA FORZA LAVORO PER L’AREA LIVORNESE


1 novembre 2009

LAVORO&LAVORI/CONTRO LA PRECARIETÀ

CONTRO LA PRECARIETÀ

di paolo borghi

La differenza tra flessibilità e precarietà lavorativa è abbastanza evidente. La prima di per se’ non è un elemento negativo (anche se in pochi la scelgono!), la seconda puo’ essere un suo portato quando il lavoratore si trova in situazioni di incertezza e intermittenza di prestazioni e con retribuzioni e condizioni lavorative non eguagliabili a quelle di un lavoratore “normale”.

E’ possibile sviluppare alcune proposte per limitare la precarietà nel lavoro (sicuramente altre sono possibili e necessarie)

1. AMMORTIZZATORI SOCIALI. Quelli disponibili, per un ristretto numero di lavoratori sospesi dal lavoro e di lavoratori che hanno perso il posto di lavoro, sono appannaggio sostanzialmente dei “garantiti” (lavoratori a tempo indeterminato e dei tempi determinati piu’ lunghi), e hanno importi e durata che gridano vendetta rispetto alle zone forti dell’europa. Per tutti gli altri qualcosa per i lavoratori subordinati (disoccupazione a requisiti ridotti), una chimera di disoccupazione speciale per i Co.Co.Po monocommittenti, niente per lavoratori autonomi, artigiani  e professionisti che a decine di migliaia stanno sospendendo le loro attività. Occorre rendere disponibile invece un ammortizzatore sociale assicurativo (eventualmente integrato dallo Stato o dagli Organismi Bilaterali, ma anche con un costo iniziale per i datori di lavoro) collegato al reddito e alla durata della attività conclusa o sospesa, che accomuni le diverse tipologie di lavoratori previsti nel nostro ordinamento civilistico e lavoristico  e sia condizionato alla ricerca attiva di lavoro e alla partecipazione attività di riconversione professionale attivate dalle aziende o dalle istituzioni.

2. COSTO DEL LAVORO. Il lavoro precario, atipico, parasubordinato o autonomo per larga parte costa meno del lavoro regolato con i contratti collettivi di lavoro e lo stesso lavoratore atipico è pagato meno del lavoratore standard (fisso a tempo indeterminato). Questo ha generato una forte convenienza a utilizzare lavoratori e prestazioni non fisse (eppure i lavoratori precari hanno piu’ rischi e meno ammortizzatori degli altri!). Facendo venire piu’ conveniente il lavoro a tempo indeterminato e fisso si potrà incentivare fortemente questo tipo di assunzioni (oggi con costi fino al doppio delle altre!)

3. TEMPI DELLA PRECARIETA’. La cronicizzazione della precarietà (individuale e come area sociale) è data anche dalla possibilità di utilizzare un lavoratore con modalità intermittenti da parte di un committente-datore di lavoro, talora anche ruotando le tipologie di rapporto di lavoro per sfuggire ad alcuni vincoli normativi e contrattuali. Si tratta di rompere questa catena inasprendo il costo della precarietà (e dei licenziamenti) via via che si susseguono i diversi rappporti di lavoro, anche introducendo nuove norme limitative del cumulo di rapporti di lavoro (ad esclusione evidentemente del solo lavoro ciclico-stagionale strutturale)

4. LAVORO IRREGOLARE. Inutile ad ogni modo addentrarsi nelle proposte contro la precarietà, se non vengono colpiti i principali giacimenti della precarietà dal punto di vista della gestione di impresa, vale a dire il lavoro irregolare e laevasione fiscale. Lo dobbiamo agli imprenditori e ai lavoratori rispettosi delle regole e dell’etica sociale, ma lo dobbiamo anche ad un disegno di modernizzazione che non deve temere di togliere di torno i furbi e il lavoro che non regge al mercato e alle sue regole.

Mettere le mani su queste proposte vuol dire ricercare di fare riforme rivoluzionarie, ma soprattutto vuol dire cercare di uscire dalla crisi con piu’ equità di come ci siamo entrati. Lasciare le cose come stanno,  e come stanno andando, vuole dire mettere ancora piu’ a rischio la coesione sociale e accettare una divaricazione crescente tra ricchi e poveri, tra garantiti e non, tra gli altri occupati e i giovani e le donne (su cui ricade il peso maggiore della crisi).

Significa cioè accettare di trasformare questo paese in una palude in cui i diritti vanno all’indietro come i gamberi, senza per altro colmare il deficit di competitività che lo attanaglia.

paolo borghi livorno – responsabile centro impiego

01-11--2009 x http://borghino.ilcannocchiale.it/

 

 




permalink | inviato da borghino il 1/11/2009 alle 23:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 ottobre 2009

RIFORMISMO&RIFORMISTI/LA CRISI CHE SARA’

LA CRISI CHE VERRA'

 

di paolo borghi

Mentre ci si divide tra miracolisti (quelli che la crisi è un anno che tra tre mesi passa), e epocali (quelli che è finalmente condannato il capitalismo e i suoi ingordi cittadini), pochi si impegnano a cercare di capire cosa effettivamente stia accadendo.

Meno occupazione, meno reddito, una crescente incertezza sociale, una discesa dei consumi anche essenziali, una crisi finanziaria che si tocca ad ogni angolo, la preoccupazione per i figli (che ben difficilmente potranno ambire a trovare una posizione migliore di quella dei genitori).

Se un 10% della popolazione è travolto da quello che sta accadendo, non possiamo scordarci del 20% della stessa popolazione già prima della crisi al di sotto della soglia di povertà relativa.

Da una parte potrebbero mettersi in movimento un nuovo equilibrio tra garantiti e non garantiti e tra competitivi e meno competitivi (ed evidentemente anche  tra ricchi e poveri), dall’altra occorrerà pur fare i conti con il 1.000.000 di posti di lavoro che ballano (molti sono già evaporati, fin troppi rischiano di evaporare), con una area di precarietà che potrebbe dilatarsi davanti alla riduzione dei posti di lavoro migliori, con un 6-7% di PIL che manca oramai all’appello (siamo superati anche dalla Grecia come PIL pro-capite, dopo la Spagna, e siamo indietro negli ultimi 20 anni di un bel 20% di PIL rispetto ai paesi Europei piu’ forti).

Insomma ci vanno di mezzo benessere e diritti, ci vanno di mezzo opportunità di promozione e miglioramento per molti, si rischia un dilatarsi delle disuguaglianze.

Ecco perchè riprendere un ragionamento possibile e sostenibile su un nuovo modello di sviluppo da mettere in campo per superare le sfide della globalizzazione che rischia di piegare il nostro paese, si deve accompagnare ad una concreta rivitalizzazione dei servizi necessari per limitare il danno sociale che rischia di avanzare sempre piu’.

Intendo gli Uffici casa locali, le istituzioni di assistenza e tutela sociale, i centri per l’impiego, le istituzioni scolastiche e formative (dovremmo aggiungere anche i servizi di risparmio e bancari per la funzione sociale che devono ricoprire, anche se non rientrano tra i servizi pubblici).

Va da se che mettere le gambe ad un nuovo sviluppo significa avere le idee chiare e vuol dire assumersi forti responsabilità (scommettere sul nuovo è un rischio, abbandonare il vecchio è a sua volta un ineluttabile rischio), mentre proporre oggi un disegno a favore di tutti quelli in difficoltà significa andare controcorrente rispetto all’andazzo degli ultimi anni che tra lotta contro le tasse e attacchi alle funzioni pubbliche e sociali ha ritagliato bene lo spazio per tutti quelli che pensano di potersi arrangiare e fare a meno della dimensione della solidarietà e della coesione sociale.

A questi ultimi va ricordato che i costi della crisi potrebbero riaprire scontri sociali, culturali e politici a cui non siamo piu’ abituati. A chi intende invece approntare le sfide economiche e sociali che il paese ha davanti vogliamo ricordare che occorre un bel salto di qualità per vincere questa battaglia.

Verrebbe voglia di dire a tutti: dite qualcosa non sulla crisi, e tanto meno contro la crisi, ma bensi’ per superare da subito la crisi!

paolo borghi livorno 14-10-2009 x http://borghino.ilcannocchiale.it/

 




permalink | inviato da borghino il 14/10/2009 alle 22:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


3 ottobre 2009

AREA VASTA PISA-LIVORNO/UN NUOVO OSPEDALE O UNO OSPEDALE NUOVO?

 

UN NUOVO OSPEDALE O UNO OSPEDALE NUOVO?

di paolo borghi

Siccome si fa un gran discutere dell’ospedale nuovo a livorno, partiamo dalla stranezza di questo dibattito.

Davanti alle proposte per costruire questa opera (una delle ultime della rinnovata sanità toscana), le tifoserie in campo scelgono, mi sembra, prima da che parte stare e poi se le dicono di santa ragione, quasi senza entrare nel merito e strabiliantemente trascurando gli errori strategici e le difficoltà della sanità e dell’urbanistica livornesi con cui dobbiamo pur fare i conti.

C’è chi si spreca sulle ricadute occupazionali ed economiche (scordandosi che questo sembrerebbe essere un investimento sostitutivo senza ambizioni espansive,...e del nodo delle risorse necessarie per attuarlo). C’è chi si aggrappa a questioni urbanistiche, infrastrutturali e perfino estetiche senza citare i guai dell’attuale collocazione dei sito ospedaliero e senza dirci nulla rispetto a probabili alternative spaziali.

Occorre invece un dibattito concreto e comprensibile, sui punti di forza e di debolezza di questa soluzione (a tutti i livelli, compreso quello organizzativo e tecnologico), sulle relative soluzioni e compensazioni che si possono mettere in campo per arginarne le criticità e esaltarne le opportunità, senza impaurirsi delle logiche a scacchiera spaziali e funzionali che ne derivano, ma soprattutto occorre discutere sul come questa nuova opera si collochi nel sistema a rete della sanità (ospedaliera e non) territoriale, in particolare nella relazione con gli altri 4 ospedali principali che ritroviamo tra Viareggio, Pontedera e Cecina (compresso ovviamento quello regionale e universitario di Pisa!).

In altri sistemi metropolitani europei, tranvie, ferrovie e strade efficienti, consentono nella stessa area spaziale mobilità veloci e non ingombranti e interscambio di funzioni. In italia, e spero che a Livorno non si caschi in questo tranello, si preferisce difendere campanili, cliniche e municipi spesso indipendentemente dall’uso che ne potranno fare nel futuro gli utenti interessati.

A mobilità dei malati crescente (volontaria e non volontaria che sia) il problema della qualità e specializzazione di una offerta ospedaliera territoriale non è roba di poco conto, specialmente quando siamo quasi in vista del cantiere ospedaliero piu’ importante d’europa oramai in dirittura d’arrivo della sua fatica trentennale.

paolo borghi livorno 3-10-2009 x http://borghino.ilcannocchiale.it/




permalink | inviato da borghino il 3/10/2009 alle 11:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


2 ottobre 2009

LAVORO&LAVORI/QUOTE E DINTORNI

 

QUOTE E DINTORNI

di paolo borghi

Tanto per continuare il dibattito sul ruolo delle donne (in carriera e non).

Le quote rosa potranno forse determinare un migliore equilibrio tra i generi nelle funzioni di “governo” della società (siano esse private che pubbliche), ma tutto questo puo’ confliggere con la rappresentanza di interessi economici e non, e con la rappresentanza di opinione politico-amministrative, e puo’ confliggere con i piu’ elementari parametri del merito.

Le quote rosa purtroppo possono determinare distorsioni tra le attese e i risultati. Sono infatti ancora deludenti perfino gli effetti di queste scelte in organizzazioni “quotate” (a parte il ridurre lo spazio del genere predominante) e nella selezione delle classi dirigenti politiche (si è arrivati addirittura a indire provini per trovare candidature femminili!). C’è da pensare che un capitalismo familiaristico e protetto come il nostro possa eluderle con facili nomine di ubbidienti figlie, nipoti, amiche e fedeli scudiere. Una volta usciti dal ristretto giro degli organismi collegiali pubblici o privati (o dalle conseguenti cariche monocratiche) e dalla competizione che ne precede la composizione, è tutto ancora da dimostrare che la materia possa effettivamente incidere nel riequilibrio tra i generi nella profondità attesa e necessaria.

Solo infatti se si riesce ad incidere nella struttura socio-culturale (esercizio del potere; gestione delle risorse; organizzazione sociale e aziendale; regole e norme; diritti e doveri; mobilità e relazioni verticali e orizzontali di generi e gruppi sociali), e nelle strutture di relazione affettiva e familiare, si puo’ pensare di poter operare per un riequilibrio di genere socialmente sostenibile e reale. E questo ovviamente non vuol dire che non si sia fatto niente fino ad ora, ma evidentemente che occorre fare molto di piu’ che muovere coscienze ed opinioni e molto di piu’ di quello che si è riusciti a conquistare nella struttura sociale sul terreno dei generi.

Da questo punto di vista mi permetterei di ricordare che la rivoluzione dolce delle donne (accelerata dopo la conquista del suffragio universale) fatta da magistrate, capitane di impresa, tecniche, scienziate e professioniste, da deputate e ministre, ora anche militari e dirigente e quadre pubbliche e private, sta producendo uno tsu-nami positivo che è capace di portare nuovi valori e punti di vista anche in organizzazioni tetragone e maschilistiche storicamente, aprendo varchi anche alle donne che non appartengono a queste elites.

Ritornando alle donne e uomini le cui funzioni e ruoli non sono “quotabili” e che giocano i loro complicati riequilibri con le contraddizioni e le opportunità della vita quotidiana, mi permettero’, con il rischio di fare un po’ impazzire chi detiene le quote della rendita sociale dello svantaggio di genere delle donne e della loro rappresentanza passiva, di offrire una scaletta di buoni propositi e grandi riforme di struttura che ancora si continua ad eludere e il cui prezzo, a parte quello economico, rappresenta una vera e propria rivoluzione, alla faccia del modello molto di moda ma ancora pochissimo praticato e predicato delle piu’ avanzate società scandinave.

1. FAMIGLIA: a) garantire una effettiva e diffusa disponibilità di servizi sociali, assistenziali, educativi, di sostegno b) educare i maschi e le donne agli obblighi familiari parificati nel rispetto delle specificità e ruoli dei diversi generi c) introdurre un migliore riconoscimento degli obblighi di reciprocità e solidarietà derivanti dal matrimonio e dalle convivenze e dall’allevamento dei figli.

2. LAVORO a) sostenere il lavoro femminile (scoraggiato dalla attuale struttura occupazionale e con la scarsa occupazione disponibile) con una vera e decisa iniezione di facilitazioni previdenziali e fiscali e con piu’ decisivi controlli sulla parificazione dei salari a parità di mansioni e carichi di lavoro b) sostenere con azioni specifiche le donne e gli uomini in difficoltà sul mercato del lavoro con adeguati servizi formativi, di riattivazione e orientamento, di conciliazione tra famiglia – istruzione – lavoro e sostenere i processi di mobilità sociale verso l’alto tra le classi piu’ deboli/il genere piu’ debole.

3. ISTRUZIONE a) sostenere con servizi e azioni attive il diritto allo studio garantendo l’abbattimento dei costi di accesso all’istruzione in ragione inversa alla ricchezza familiare e individuale e in ogni caso garantendo i meritevoli b) assumere iniziative pesanti sul rispetto dell’obbligo scolastico e formativo anche mediante una lotta piu’ convinta contro la dispersione scolastica ancora endemica nelle classi sociali piu’ basse

4. RICCHEZZA a) garantire una padronanza delle risorse prodotte con il proprio lavoro e dalla famiglia equilibrata da parte dei due generi, e in generale alle donne b) rimuovere le aree di poverta’ ed esclusione sociale dove alligna spesso la peggiore qualità di rapporti tra i generi e il puro esercizio di predominanza e sfruttamento da parte del genere dominante .

E’ evidente che mentre per le quote rosa il coinvolgimento (pur utile) è ristretto sostanzialmente ad elites e avanguardie, questi temi si debbono invece declinare in milioni di cittadine e cittadini interessati a questi stessi rivolgimenti (si pensi solo al riequilibrio tra occupati e nelle condizioni di lavoro!)....e potremmo continuare tranquillamente ancora con altri temi e rivolgimenti necessari.

Confermo che tra questi è meglio appassionarsi ai temi piu’ “hard” , che ai temi piu’ “soft” che riempiono molte tavole rotonde (pes la oramai sempre piu’ incredibili parabole sui tempi...e oggi addirittura la tragicomica questione delle veline e delle politiche da spettacolo in carriera).

Anche la crisi che rischia di far regredire conquiste sociali e diritti (e il livello di benessere su cui puo’ essere fondata la qualità dei rapporti e delle funzioni di genere) ci dovrebbe invitare a questa prassi (senza attardarsi in posizioni “ritorniste” ai tempi prima della stessa crisi, chissa’ perchè sempre piu’ mitizzati).

Proprio perchè la crisi infatti è foriera di disuguaglianze generate con modalità sconosciute ai vissuti dei piu’ e alla nostra esperienza politico-sociale, e proprio perchè questa crisi mette seriamente in discussione il modello sociale inclusivo e solidaristico europeo, occorre ridefinire proprio il nostro modello sociale pur scaturito dall’azione delle migliori società europee dopo la guerra e almeno fino all’abbattimento del muro e delle società del socialismo reale e all’esplosione del capitalismo finanziario dei mercati aperti, alla luce delle sfide e dei cambiamenti che le globalizzazioni in atto stanno producendo.

Ai miti del finalismo egualitario (di tipo comunista, o socialdemocratico o cattolico) occorre sostituire una nuova iniezione di differenze, e nuovi e competitivi modelli di sviluppo con cui riequilibrare le tendenze selettive e di differenziazione in atto.

Su tutto questo consiglierei oltre al necessario scambio di opinioni, anche di confrontarsi con bilanci di genere in grado di darci i tempi e i modi di una trasformazione sociale sempre piu’ in atto e di cui non sempre riusciamo ad essere lucidi interpreti.

Puo’ costituire anche questo una nuova scommessa relativamente ai rapporti di genere e tra i generi, a partire dai contesti in cui operiamo e che consideriamo significativi.

paolo borghi livorno 2-10-2002 x http://borghino.ilcannocchiale.it/




permalink | inviato da borghino il 2/10/2009 alle 15:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


6 settembre 2009

LAVORO&LAVORI/Le politiche locali per l’impiego

Le politiche locali per l’impiego

di paolo borghi – livorno

Mentre il governo promette ammortizzatori sociali a tutti e per tutti (in realtà un milione di nuovi disoccupati non hanno alcun sussidio!) occorrerebbe interrogarsi sulla strumentazione delle politiche attive del lavoro disponibili.

Cioè sul ruolo e la funzione (e sulla forza sullo stesso mercato dei lavori) dei centri per l’impiego pubblici e privati; dell’informazione e dell’orientamento al mercato del lavoro; della intermediazione tra domanda e offerta; delle azioni per l’occupabilità e di formazione professionale; del complicatissimo mondo degli aiuti e incentivi all’occupazione (apprendisti, disoccupati di lungo periodo, mobilità, contratti di reinserimento, invalidi.....e relativi aiuti alle assunzioni in conto diretto, previdenziale e fiscale a favore delle imprese).

Questioni che si collocano nel contesto incerto di una legislazione sociale e del lavoro e di una contrattazione sindacale (per ultima quella sugli enti bilaterali), sostanzialmente sempre piu’ incapaci di garantire tutele reali agli occupati e non sempre coerenti con il quadro europeo della lotta contro la disoccupazione e la esclusione sociale (come nel caso dell’ assenza di un reddito di garanzia di ultima istanza).

E’ pero’ necessario interrogarsi sulle politiche del lavoro prima di tutto perchè le relazioni tra domanda ed offerta di lavoro stanno velocemente modificandosi mancando all’appello circa 1.000.000 di posti di lavoro precari e non, e avendo un numero esorbitante e crescente di cassaintegrati.

Oltre i numeri, cambia anche la qualità dell’occupazione: precipita l’occupazione residua manifatturiera; il lavoro autonomo decresce e quello subordinato nel terziario decrescono. Al saldo attivo degli immigrati corrisponde un saldo negativo per gli italiani; il lavoro qualificato per i Diplomati e soprattutto per i Laureati è sempre piu’ una chimera.

In questo quadro gli utenti dei servizi locali per l’occupazione e delle politiche attive si modificano. Ai giovani alla ricerca di lavoro, alle donne, ai precari, agli stranieri, agli over 50 iscritti allo stato di disoccupazione, si vanno ora a sommare gli adulti espulsi dall’ area “garantita” e i destinatari di ammortizzatori sociali (questi ultimi sempre piu’ obbligati a seguire programmi di riattivazione e riconversione professionale a cura delle province).

Inoltre sempre piu’ inattivi si attivano alla ricerca attiva del lavoro, spinti dal bisogno e da quadri famigliari sempre piu’ fragili e incerti.

Questa situazione rischia di travolgere questi stessi servizi perche’, questo è il punto, tali servizi sono molto deboli e incapaci di trattare attivamente un vasto numero di utenti.

Questi servizi inoltre operano su un mercato dei lavori sempre piu’ ostile all’inclusione degli utenti tutelati e in generale in un quadro di domanda di lavoro calante e molto deteriorata. Tutti scenari che richiederebbe di per se’ crescenti risorse e nuove strategie per non lasciare fare al mercato (cioè per non abbandonare i piu’ deboli nei quadri di crescente competizione sui pochi posti di lavoro disponibili, e per non ritrovarseli poi nell’area della esclusione sociale).

E’ inutile attendere riforme e risorse senza darsi una mossa, perchè non produce altro che l’inasprirsi delle emergenze sociali e delle contraddizioni operative, a partire dall’aumento delle disuguaglianze sociali tra “inclusi” ed “esclusi” per arrivare anche all’obbligo normato per le province di offrire posti di lavoro o azioni di formazione agli utenti dei centri per l’impiego (per ora ai cassa integrati in deroga, ma piu’ oltre a tutti i sussidiati e, in prospettiva, a tutti gli iscritti allo Stato di Disoccupazione.

paolo borghi - livorno 6-09-2009 x http://borghino.ilcannocchiale.it/




permalink | inviato da borghino il 6/9/2009 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre       
 
 




blog letto 108580 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
LAVORO&LAVORI
RIFORMISMO&RIFORMISTI
SPILLI
APPUNTAMENTI
DOCUMENTI
20 RIGHE
AREA VASTA (Pisa-Livorno)
FACEBOOKLABRONICA
FACEBOOKLIBERO

VAI A VEDERE

Partito Democratico
il gazebo - livorno
PRIMARIE SEMPRE
nel merito - rivista telematica
la voce - rivista telematica
albuoncollocatore
labronet livorno


Profilo Facebook di Paolo Borghi

CERCA